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Reggina, quando non si dà a Cesare quel che è di Cesare…

Inserito da on 5 dicembre 2013 – 09:30No Comment |
Gianluca Atzori e Lillo Foti durante la conferenza stampa di presentazione

Gianluca Atzori e Lillo Foti

Reggina e Milan, due destini che si uniscono. Assieme a Giampaolo Pozzo dell’Udinese, sia Lillo Foti che il binomio Berlusconi-Galliani sono entrati in scena nel 1986. Questa è storia nota, così come la contemporaneità di alcuni successi: gli amaranto hanno ritrovato la Serie B mentre Arrigo Sacchi vinceva il suo primo ed unico scudetto, mentre nel 1999 fu Zaccheroni a far laureare i rossoneri campioni d’Italia, in una Serie A che da lì a poco avrebbe accolto la Reggina per la prima volta nella storia.

Oggi le due società sono accomunate da un rimpasto dirigenziale che sicuramente sta avvenendo con modalità differenti, ma lascia parecchio perplessi. Se i pluridecorati Galliani e Braida vengono messi in discussione per scarsi risultati ed acquisti non convincenti, dalle nostre parti non si può sostenere che Simone Giacchetta vanti un curriculum tale da metterlo al riparo da una defenestrazione. Il problema è quando l’input per una separazione, preceduta in entrambi i casi da fanfare mediatiche, arriva da chi di successi non ne ha mietuti affatto, e probabilmente deve ancora dimostrare di capirne un briciolo della materia calcistica.

Una materia, quella calcistica, che è opinabile ma non troppo. Per i quattro punti ottenuti nelle ultime sei gare di campionato, è evidente che il principale responsabile sia Fabrizio Castori. Ed ha pagato. Per i nove punti accumulati nelle precedenti dieci partite, fino a qualche giorno fa eravamo tutti convinti di dovercela prendere con Gianluca Atzori. Adesso c’è il goffo tentativo di addossare quelle colpe ad altri. Come se a Trapani o col Carpi, le sconfitte fossero arrivate soprattutto per demerito di Giacchetta, ed un po’ anche di Cacozza.

Qualche settimana fa, abbiamo scritto che Lillo Foti è una bandiera difficile da ammainare. Riteniamo che adesso lo stia facendo da solo, piegandosi alle volontà della persona sbagliata. Non si può tornare sulle proprie decisioni ogni due settimane, peraltro rendendole sempre più drastiche. “O me o lui” è un discorso da ragazzini di scuola media, e nemmeno. Chi non è in grado di convivere con un altro professionista, per quanto invadente ed inadatto possa essere, è pur sempre un soggetto limitato che non ritiene sé stesso all’altezza di confrontarsi. E chi lo accontenta, cioè Foti, commette un errore macroscopico, portando a livello zero la propria già esigua credibilità.

Magari è solo una coincidenza, ma la Reggina sta perdendo il lume della ragione proprio nella stagione in cui si registra l’assenza dello storico vicepresidente Gianni Remo. Senza voler entrare nei guai giudiziari che lo hanno coinvolto, possiamo affermare che la sua figura è stata sempre preziosa, quando si è trattato di far ritrovare lucidità e comunione d’intenti. Costante la sua presenza al Sant’Agata, puntuali le sue cene atte a ricompattare il gruppo. Autorevole e mai autoritario, merce ormai rara e dunque difficilmente rimpiazzabile.

Periodo di svolte epocali, dunque. Dopo quasi 28 anni, il logorio è inevitabile ed è difficile concludere in bellezza. Foti rimane un mito per ogni tifoso amaranto, al pari di Galliani per il Milan. Se ha la forza per andare avanti, rinunciando ad ambizioni e proclami oggettivamente non più assecondabili (Serie A, stadio nuovo), lo dimostri con scelte attente anziché farsi prendere dalla disperazione o dalla caccia al colpevole. In caso contrario, cerchi almeno di non lasciare la Reggina in mani sbagliate.

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