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Adesso ci si rimbocchi le maniche. Reggio non merita un altro campionato fallimentare

Inserito da on 28 ottobre 2014 – 01:44No Comment |

La Reggina, reduce dalla brutta sconfitta di Lamezia, torna a casa con le ossa rotte sotto tutti i punti di vista.

Quella vista allo stadio D’Ippolito non è che l’ombra di quella che fu una volta la Reggina, capace di conquistarsi la permanenza in Serie A, nonostante una spaventosa penalizzazione iniziale di 15 punti, poi ridotti a 11, che sembrava in grado di tagliare le gambe a qualunque squadra, figuriamoci ad una piccola, come la Reggina, anche se allenata dal miglior allenatore che si sia mai seduto sulla panchina sinistra dello stadio Granillo.

Ieri la Reggina ha deciso di non scendere in campo. La squadra guidata da Cozza non ha mai dato l’impressione di poter scardinare la difesa messa in campo da Erra, con un muro a protezione del portiere, che ha fatto un lavoro egregio con movimenti perfettamente sincronizzati e senza mai lasciare un uomo libero di calciare, se non per qualche velleitaria conclusione dalla lunga distanza del solito Dall’Oglio. Possiamo dire che, negli ultimi anni, una difesa così attenta e capace di far ripartire l’azione, non si è mai vista da parte degli amaranto.

Dare la colpa ai giocatori o al solo tecnico sarebbe riduttivo di un problema che ormai possiamo definire endemico della società, incapace di scrollarsi di dosso il peso degli anni passati, e soprattutto incapace di scelte coraggiose e lungimiranti. A volte l’abbiamo vista darsi la zappa su i piedi in maniera del tutto tafazziana. Questo alternarsi di scelte spesso contraddittorie portano molta confusione nell’ambiente e danno anche quegli alibi, a giocatori, tecnico, tifosi e società, che ieri il presidente Foti ha detto di non voler dare a nessuno. È vero! Manca l’orgoglio di vestire l’amaranto. Il presidente ha ragione. Ma, ci domandiamo, cosa dovrebbe spingere un calciatore, a meno che non sia legato alla città per nascita, a vestirne orgogliosamente i colori? Non è forse la professionalità nel fare il proprio lavoro, la molla che da sempre spinge i calciatori a vestire oggi una maglia e domani la maglia direttamente avversa? Nel calcio moderno, tranne qualche rara eccezione, non esistono più bandiere. Non esistono più giocatori legati ai colori che indossano. Si pensa più alle proprie carriere e al successo personale. Sia chiaro, non se ne fa una colpa ai calciatori. È la normale evoluzione del calcio in una società sempre più individualista, che premia oltre misura il merito individuale più che il lavoro per la squadra.

Di questa situazione a farne le spese sono i tifosi, quelli veri, quelli che hanno cominciato a seguire la squadra da ragazzini, magari seduti sulle ginocchia dei padri che li portavano “al campo” e che oggi vorrebbero poter portare i propri figli a godersi lo stesso spettacolo che hanno visto loro.

Oggi il calcio è fatto di pay tv, e anche in un campionato minore, come può essere la lega Pro, che poteva portare più gente allo stadio grazie all’assenza delle dirette televisive, si è scelta la strada dei facili incassi dalle tv. È davvero triste pensare che in alcuni stadi si siano disegnati gli spettatori sulle tribune vuote. Mentre nel frattempo i calciatori in una nota pubblicità di una pay tv, dicono ai propri tifosi: “abbiamo bisogno di voi”. Si, ma davanti alla tv.

Alla Reggina, per tanto tempo nel calcio che conta, mancano adesso le entrate derivanti dalla Serie A. Questo, ha significato per la società un eccessivo indebitamento nell’anno successivo alla seconda retrocessione, che ancora pesa sulle casse societarie. Da questo consegue la difficoltà a pagare stipendi ai tesserati, le penalizzazioni in classifica, e lo scarso appeal della Reggina nei confronti dei calciatori che potrebbero dare una mano alla causa, e che invece preferiscono non venire a Reggio. La venuta di Insigne è una piacevole eccezione. Ma la mancanza di soldi non deve coprire quelle che sono le mancanze e gli errori della società.

Dicevamo, dunque, degli errori. La società non è esente da errori, per esplicita ammissione del presidente Foti, che però non dice quali sono. Tra questi vanno certamente annoverate le scelte tecniche sbagliate, come vanno ascritte alla società tutte le scelte vincenti, che pure sono tante, ma è un fatto che da tanti anni assistiamo a scelte infelici. Gli allenatori incapaci di gestire la squadra, i calciatori prima tesserati poi messi fuori rosa per ottenere così riduzioni di ingaggi che certamente non hanno estorto pistola alla mano. Questa estate, con la società da iscrivere, ci si è concentrati solo sulla riduzione dei costi, rescindendo dei contratti in essere, che invece avrebbero potuto significare, se non una rosa più forte ed esperta, certamente delle cessioni monetizzabili. Una volta il presidente si circondava di uomini di calcio. Oggi?

La rosa di quest’anno è di categoria. Non certamente da primo posto, ma possiamo ben dire che con un pizzico di attenzione in più e una maggiore concretezza sotto porta, la Reggina sarebbe potuta stare, al netto della penalizzazione, nelle prime dieci del campionato. Invece assistiamo, domenica dopo domenica ad una serie di prestazioni scialbe che inevitabilmente portano alla sconfitta al termine dei 90 minuti. Sempre più spesso vediamo movimenti difensivi senza senso, calciatori distratti che perdono l’uomo, attaccanti che non passano il pallone al compagno libero, giocatori che da pochi passi calciano il pallone fuori dallo specchio della porta. La tensione gioca chiaramente brutti scherzi, e crediamo che il tifo, visto nelle ultime settimane in gradinata, che torna ad incitare i ragazzi che scendono in campo, sia un bel segnale, che va nella giusta direzione. Un applauso ai tifosi e l’invito a continuare così è d’obbligo, anche per quanto visto a Lamezia.

Adesso però e l’ora di rimboccarsi tutti le maniche e dare il massimo per questa squadra e per questa città. La Reggina, Reggio e la sua gente non meritano un altro campionato di bassa classifica.

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