Caso Morosini: Cosa è cambiato e cosa ancora deve cambiare

Piermario Morosini

È di ieri la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati dei tre medici che quel tragico 14 aprile, secondo la Procura di Pescara, non hanno prestato le dovute cure al povero Piermario Morosini, colpito in campo da un arresto cardiaco.

Noi di InAmaranto.it abbiamo parlato con il dottor Fabio Foti, medico e formatore, specialista in BLSD, una sigla in inglese che indica la procedura di primo soccorso, riconosciuta e codificata a livello mondiale, per mantenere o ripristinare le funzioni vitali di chi è colpito da arresto cardiaco. (BLSD significa Basic Life Support-Defibrillation).

Dott. Foti, cosa è successo quel giorno a Piermario Morosini?
– Il povero giocatore è stato colpito da una arresto cardiaco dovuto ad una fibrillazione ventricolare.

Come si riconosce questo genere di arresto cardiaco?
– Per riconoscere il problema è sufficiente verificare lo stato di coscienza e la respirazione, se sono entrambi assenti si è davanti ad un arresto cardiaco ed è necessario applicare il defibrillatore che è in grado di eseguire un intervento spesso risolutivo del problema. Fondamentale è la diagnosi dello stato di arresto cardiaco che nel caso di Morosini era evidente anche osservando la caduta e il primo tentativo del giocatore di rialzarsi.

Entro che tempi si deve intervenire per poter salvare chi ne è colpito?
– Nei casi di arresto cardiaco è molto fondamentale la precocità della diagnosi e dell’intervento. Ogni minuto perso, fa diminuire del 10% la possibilità di sopravvivenza.

Come si deve intervenire e chi può farlo?
– Chiunque può applicare il defibrillatore, è sufficiente un breve corso per imparare ad usarlo, tenendo conto del fatto che il defibrillatore stesso fa una diagnosi della situazione cardiaca a stabilisce, senza margine di errore, se è necessario un intervento. Tra l’altro, allo stato attuale non vi è nessun obbligo per i medici sociali delle squadre, di avere nozioni specifiche sull’uso del defibrillatore.

Questo problema riguarda solo i professionisti dello sport?
– No. Il problema riguarda tutti. Solo nella città di Reggio Calabria ci sono circa 200 casi di arresto cardiaco l’anno. In Italia ce ne sono 73.000 ogni anno. Di queste la maggioranza causa la morte della persona colpita a causa di un mancato intervento di defibrillazione. Per questo è fondamentale la presenza, il più vicino possibile, di un defibrillatore e in questo senso il governo ha appena pubblicato un decreto nel quale obbliga tutti i centri sportivi, anche di livello dilettantistico, a dotarsi di uno defibrillatore e di una o più persone che siano abilitate ad usarlo.

Lo sfortunato Morosini si poteva salvare?
– Non possiamo dire che si sarebbe certamente salvato, ma chi ha osservato il video dell’incidente ha potuto vedere come non sia stato utilizzato il defibrillatore. Durante i primi interventi non è stato eseguito alcun intervento BLSD .

Lei dott. Foti da quanto si occupa di formazione BLSD?
– Io mi occupo della materia da ormai 18 anni. Partecipo ed organizzo convegni e corsi di primo soccorso pediatrico e BLSD presso la mia struttura di Reggio Calabria o presso le aziende o le società che decidono coscienziosamente di far partecipare i propri operatori ai corsi salva vita.

 

È chiaro quindi che un problema come quello capitato a Piermario Morosini può capitare a chiunque ed è per questo fondamentale che in ogni posto, a cominciare dai centri sportivi, sia presente un defibrillatore e qualcuno che lo sappia usare. La città più cardioprotetta d’Europa è Piacenza, nella quale è attivo un progetto, curato dalla dottoressa Daniela Aschieri, che ha dotato la città, grazie alla generosità e alla sensibilizzazione dei cittadini, di 370 defibrillatori.

Proprio a Piacenza, grazie ad uno degli apparecchi installati nell’ambito del Progetto Vita, nello stesso giorno in cui Morosini moriva sul campo di Pescara, nel campo di calcio della Vittorino da Feltre, Massimo Proietti di 45 anni, giocatore amatoriale, si salvava da un arresto cardiaco e oggi sta bene. Ad usare l’apparecchio è stato un medico che non lo sapeva usare e si è fatto guidare al telefono da un operatore del 118.

Abbiamo chiesto alla dottoressa Aschieri se per realizzare il suo progetto ha goduto di qualche finanziamento e la sua risposta è stata che  “Non abbiamo avuto nessun contributo economico, l’unico contributo al progetto è stato l’acquisto da parte degli enti, comune e provincia, di un paio di defibrillatori. Manca, per questo, la sensibilizzazione ed è solo grazie alla generosità dei cittadini che si sono autotassati che lo abbiamo potuto realizzare.

Una novità in questo senso, anche dovuta all’eco mediatica avuta dalla morte di Morosini, è l’obbligo, esteso per la prima volta anche alle strutture sportive dilettantistiche, di avere il defibrillatore e eventualmente altre apparecchiature salva vita, e di far seguire al personale dei corsi ad hoc per le pratiche di primo soccorso.

Attualmente abbiamo conoscenza di progetti analoghi volti a favorire l’adozione anche nella nostra città degli apparecchi salvavita come sono i defibrillatori. Il costo di un singolo apparecchio va dai circa 900 euro fino ad un massimo di circa 1600 per i modelli principali oggi presenti sul mercato, che consentono in maniera del tutto automatica di eseguire una diagnosi sull’effettiva necessità di erogare la scarica elettrica, ed esonerano sia civilmente che penalmente chi lo usa. Pensiamo che in una palestra frequentata da 2/300 persone, basterebbe far pagare una sola volta 5 euro per acquistare l’apparecchio e che la sua presenza potrebbe essere usata a fini commerciali e promozionali per incentivare l’afflusso “sicuro” di nuovi iscritti.

La vita di un ragazzo, non vale forse questa cifra?